Il presente e il futuro in giallorosso. Le sue passioni. La sua famiglia e quell'amore viscerale per la figlia Gaia. Daniele De Rossi si racconta sulle pagine del Guerin Sportivo in una lunga ed appassionante intervista, a firma di Fabrizio Aspri.
La conquista della Supercoppa
"Un trionfo, Lo stadio colorato di giallorosso, la palla che rotola in rete, il trofeo al cielo. E poi Coppa Italia e Supercoppa vinte in poco più di un mese. Fotogrammi indimenticabili. Ai quali aggiungo il derby del record”.
Mancini gli alibi e i fazzoletti...
“Mai avuto bisogno. Le lacrime si possono versare, ma non per il calcio. Il pianto greco non farà mai per noi. Siamo pronti, carichi e consapevoli della nostra forza”.
Scudetto
“Sì, quest’anno sì. E’ come la sognavo. Fino a qualche tempo fa non pensavo potesse diventare così bella e ambiziosa. Il merito è della società e di un progetto del quale si parlava tanto ma tardava ad arrivare. Sembrava difficile che in pochi anni si potesse cambiare una situazione così negativa. Merito dei nostri dirigenti: hanno saputo nuotare in un mare di squali”.
Europa
“Sarò ancora più diretto: sono gli Anni della Roma. Sta iniziando il nostro ciclo. D’ora in poi tutti devono sapere che giocheremo per vincere. Più in Italia che in Europa. In Champions ci sono Milan e Inter, Barcellona, Arsenal, Real Madrid, Manchester. La concorrenza è elevata. Ma lotteremo anche lì. E’ una promessa”.
Simbolo della romanità
“Sono romano nell’anima e romanista nell'anima. Rappresento ciò che un giovane tifoso sogna. . E visto che nei sogni c’è sempre qualcosa da vincere, spero che il mio nome rimanga per sempre legato a qualche vittoria prestigiosa. Campionato o Champions League, fa lo stesso”
Roma
"Città e tifoseria, hanno una caratteristica: “romanizzano” tutti. La gente viene assorbita e affascinata dalla nostra mentalità. Una “Roma romana”, regalerebbe emozioni. Se non si potrà mai fare come all’Athletic Bilbao, un modello che ammiro, ma che non consente di raggiungere risultati, allora meglio far diventare romani gli stranieri”.
Il giocatore che vorrebbe nella sua squadra
“Pinzi. E’ un grande amico e insieme abbiamo vissuto anni fantastici in Under 21. Ma è troppo laziale. I nostri tifosi non lo accetterebbero”.
Roma a vita
“Sì. Io e la mia famiglia abbiamo voglia di restare qui. Niente può farmi cambiare idea. La mia volontà è chiara: voglio restare a Roma. Dovremo discutere di cifre e contratti. Ma partiamo dalla volontà di rimanere uniti per sempre”.
Il contratto
“Non è corretto parlarne ora. Farò tutte le valutazioni con i dirigenti. Io voglio giocare con questa maglia fino a 36 anni. Ricevere in eredità la fascia di Totti e, con questi colori, fare tutto: battere i rigori, le punizioni, i falli laterali. Pur di lanciare in alto la mia squadra del cuore”.
Giallorosso a vita
“Certo. Anche se vi confesso che mi stuzzica l’idea di giocare l’ultima stagione nel campionato americano. Adoro quelle città, ho una passione per New York e Los Angeles. Non sarebbe facile, non vorrei fosse un neo per la mia carriera dopo Roma”.
Capitan futuro
“Me lo ricordano da quando ho 20 anni. Totti dichiarò che sarei diventato il suo erede. La responsabilità mi è entrata in testa. Mi immagino spesso con la fascia al braccio. E vorrei indossarla con il piglio del leader, del trascinatore”.
Madrid o Barcellona?
“Quando si fanno certe scelte, si prendono in esame tanti fattori: la vivibilità della città, la bellezza del luogo. Il mare, però, rappresenterebbe un punto a favore di Barcellona. Ma sono ipotesi che non esamino neppure in esame…”.
De Rossi da grande
“Dopo aver fatto questo mestiere per quindici anni, tuffarsi in altre stagioni di ritiri e trasferte, non sarebbe piacevole. Non mi vedo come dirigente. Punterei a lavorare con i più piccoli. Magari allenando una nazionale giovanile: sarebbe un modo per vivere lo sport, senza limitare la propria libertà”.
La grande crescita della Roma
“In questa squadra ci sono molti elementi che erano a Bergamo, un paio di stagioni fa. Quando ci salvammo alla penultima di campionato e festeggiammo nello spogliatoio come se avessimo vinto la Champions. Da lì siamo ripartiti. Per questo preferisco non dare attenzione a chi ci massacrava a suon di parole e ora sale sul carro dei vincitori”.
Questa Roma e quella dello Scudetto del 2001
“A quei tempi ero un ragazzino. Mi allenavo spesso con loro, ma non vivevo in pieno lo spogliatoio. Quella rimarrà una grande Roma, perché è stata devastante, superiore a tutti. Noi possiamo fare di più. Vincendo il tricolore, diventeremmo più forti di loro, dimostrando di saper giocare un calcio migliore”.
Il segreto per vincere
“Dobbiamo rimanere con i piedi cementati al suolo. In città si avverte una crescente euforia. E’ giusto che i tifosi gioiscano, ma parlare di una squadra capace di fare un sol boccone di tutte le duellanti è rischioso”.
Il turn over
“Spalletti non è spaventato da questa novità, altrimenti non avrebbe chiesto due uomini per ruolo. Sarebbe grave se qualcuno dovesse prendere male un’esclusione: lo dice chi lo scorso anno ha giocato 60 partite e quest’anno ne vorrebbe giocare 61. Ma se dovessi rimanere fuori, non terrei mai il muso: sarebbe una mancanza di rispetto”.
Juan
“Non mi sbilancio mai, però questo brasiliano è un fenomeno. Al di là del gol di tacco, è un acquisto prezioso”.
Spalletti
“Ha scelto la Roma quando nessuno voleva venire. C’erano situazioni pesanti e brutte stagioni da mettersi alle spalle. Ha sistemato uno spogliatoio con più di un problema. E poi ha lavorato sul gioco, sulla tecnica, sulla tattica, portando la Roma ad un livello eccezionale. I Sensi hanno fatto un terno al lotto”.
Spalletti e Cassano
“Nessuno si era mai sognato di dire ad Antonio che certe cose non le poteva fare. E che sarebbe stato punito come qualsiasi altro giocatore. Spalletti sì. Spero che Cassano rinasca alla Samp. Sta buttando la carriera, ha sprecato anni, nel corso dei quali sarebbe potuto essere al pari di Messi, Ronaldinho, Totti, Henry. E la colpa è solo sua”.
Il suo ruolo
“Confesso che mi manca quel pizzico di libertà di spingermi in avanti. Ai tempi in cui c’era Capello, giocavo con Emerson e Dacourt, entrambi bravi in fase difensiva. Avevo le spalle coperte, mi sentivo sicuro e arrivavo al tiro. Ora ho compiti più difensivi.
La sua maturazione
“La prima fu la cessione di Emerson, uno dei più forti centrocampisti d’Europa. Anche se il primo della lista è Pirlo.Mi regalò visibilità. La seconda, è stata la nascita di mia figlia Gaia. E’ tutta la mia vita. La terza, la famosa gomitata del Mondiale: un episodio negativo. Dal quale sono stato bravo a trarre tutto ciò che di positivo potesse esserci”.
Il rigore di Berlino
“Una piccola rivincita. Lo potevo sbagliare. Era la Finale della Coppa del Mondo. Ho dimostrato di avere le palle”.
La sua scommessa
“Decisi di puntare su me stesso. Sembrava dovessi andare in prestito al Chievo, per far arrivare a Roma Legrottaglie. Ma non volevo lasciare la capitale. Rifiutare di andare in prestito a 19 anni, può fari passare per presuntuoso. Facendo perno sulla stima di Capello, iniziai bene e fu un successo”.
Capello
“Vorrei ricordare che sotto la sua guida, la Roma ha vinto uno dei suoi tre scudetti. Tra noi c’è stima reciproca. Basti pensare che arrivò a Trigoria quando avevo finito gli allievi nazionali e andò via che ero in Nazionale ”.
Totti concluderà il contratto nel 2010
“Non si fermerà li'. Il recupero dall’infortunio, lo splendido periodo che sta vivendo, la conquista della Scarpa d’Oro, sono la dimostrazione che potrà giocare più a lungo”.
Totti e la nazionale
“ Francesco non ha lasciato la Nazionale per il ct, ma per i tanti impegni da affrontare”.
Totti e il Pallone d’oro
“Francesco può vantare una grande stagione a livello individuale e la Scarpa d’Oro. Ma alla fine il trofeo andrà al brasiliano, che in Europa ha realizzato gol e prodezze”.
La Roma ideale
“Buffon in porta, Alves, Nesta, Mexes e Tonetto in difesa, Pirlo e Makelele in mezzo, a destra Cristiano Ronaldo, a sinistra Sneijder, in avanti Henry e Totti. Modulo classico”.
Da piccolo giocava attaccante
“Il mio idolo era Totti e impazzivo per Stoichcov. Ma ero una riserva, fisicamente gracile e poco propenso al sacrificio. Insomma, non mi si sarebbe spalancata una carriera da calciatore se non avessi incontrato Bencivenga, il mio allenatore ai tempi degli allievi nazionali. Grazie ad una serie di coincidenze e al suo fiuto, sono finito a centrocampo. Da lì non mi ha più levato nessuno”.
La pallavolo
“Era il mio sogno. Iniziai a praticarlo da piccolo, assieme al calcio. Ero molto portato. Aalincuore, fui costretto a fare una scelta. Evidentemente non l'ho sbagliata”.
La sua vita senza il calcio.
“Mi sarei creato il mio spazio, senza l’obbligo di diventare famoso. Mi piacciono le lingue e ai tempi del Liceo me la cavavo bene con l’inglese, il francese e lo spagnolo. Magari sarei finito a lavorare nel turismo…”.
La Religione
“E’ fondamentale. Un sostegno, per affrontare i dolori e vivere le gioie. Sono cattolico ma non un grande praticamente”.
La polica
“Non sono di sinistra o di destra, però valuto le persone . Sono certo che farebbe cose giuste. Il nostro Paese ha bisogno di uomini corretti non solo in Politica, ma anche nel nostro calcio”
bellissima qst intervista.... è 1 grande Danielino!